Lo Stagista di Schrödinger
Durante una delle esercitazioni proposte alla fine di un modulo del “Google Digital Training”, una sorta di corso introduttivo di Google al Marketing Digitale, mi sono trovata davanti questa domanda:
Il sotto testo che accomuna le quattro opzioni è semplice: il ruolo, o meglio, la funzione, di Androidi, Stagisti, Automi e Bot, è quella di svolgere compiti noiosi, ripetitivi, spesso a scarsissimo valore aggiunto.
Il lavoro dello Stagista ha assunto nel linguaggio comune una connotazione negativa, la stessa presenza di tirocinanti negli uffici viene percepita come un peso, un intralcio. A differenza dei loro colleghi elettronici, che sono stati programmati appositamente per le loro mansioni, gli stagisti si portano dietro la grande tara delle skills da accumulare.
La ricerca del lavoro inizia quindi già ad una giovanissima età, quando al Liceo viene proposta la tal tale certificazione d'inglese, o quando all'Università viene consigliato di partire per l'Erasmus perché fa curriculum.
Il continuo affastellamento di fantomatici patentini di idoneità è particolarmente evidente su Linkedin, dove si può chiedere ai propri contatti di confermare le proprie skills, ovviamente ricambiando il favore in una sorta di like4like dalla valenza ancora più patetica. Il concetto di corsa incessante verso una chimerica autonomia ci è evidente in uno dei vocaboli più in auge nei contesti aziendali: il lifelong learning.
Lo slittamento costante dell'asticella della professionalità, che si fa miraggio, e si nutre dell'insicurezza e del senso di inadeguatezza che l'etichetta di Stagista si porta dietro, rende possibile la giustificazione di una retribuzione inadeguata, quando non completamente assente, che ancora qualcuno ha l'ardore di chiamare gavetta.
E che si porta dietro una tacita promessa.
Sì, perché i più furbi si guardano bene dall’esplicitare che “lo stage NON ha finalità di assunzione”, come fanno alcuni grossi gruppi, in modo brutale, ma quantomeno onesto. La maggior parte di chi offre un tirocinio non ne dichiara la durata effettiva (infatti si sente parlare di uno, due, tre stage “consecutivi” nella stessa azienda), né la retribuzione, e non sia mai che il candidato provi a menzionare tali velleità durante il colloquio.
È questo, infatti, il paradosso dello stagista: egli viene de facto percepito come una macchina, e quindi privo di bisogni materiali (quali ad esempio uno stipendio decoroso o gli stessi diritti degli altri lavoratori), ma è allo stesso tempo tenuto a dimostrare fin da subito uno spontaneo entusiasmo per la “possibilità” che gli viene offerta. E, sia bene, tale fervore deve rendersi evidente in modo solerte ed inoppugnabile, come se la ricerca di un lavoro al fine della semplice sussistenza (tanto più in un mercato saturo come quello di oggi) fosse da ritenersi motivo di vergogna.
A questo punto però la macchina si inceppa - come si può in effetti chiedere a un automa, a un robot, di dimostrare entusiasmo? - e in tanti
modi s’è provato a farla ripartire: c’è chi ribatte “eh, ma in fin dei conti io
non devo mica essere obbligato ad assumere”, benissimo, allora proponi al tuo
stagista un contratto a tempo determinato, pagandogli lo stipendio per intero. Oppure
il classico “io il mio posto di lavoro me lo sono SUDATO”, ottimo, se è la
quantità di lavoro che conta, inizia a pagare ai tuoi stagisti tutti gli straordinari.
Sia ben chiaro, questi discorsi molto spesso non provengono dall'imprenditore veneto con l'azienda di famiglia, ormai ridotto a macchietta e canzonato su Linkedin dagli HR della domenica, ma in larga - larghissima - misura da fior fiore di aziende italiane ed europee.
In un contesto sempre
più competitivo e sempre meno regolamentato, continuare a far finta di nulla non
è solo una mossa stupida, ma controproducente: le nuove generazioni sono sempre
più povere, e sempre più convinte che, in fin dei conti, se tanto ci dà tanto,
forse sta a noi cambiare le regole del gioco.


Eliminare gli stage extra-curricolari subito
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